Parole per un manifesto impossibile

Tutto ciò, sia detto solo per inciso, concorre al livellamento qualitativo della nuova produzione culturale, ovvero della produzione culturale della nostra generazione.

È un fenomeno che ha precise radici socio-politiche, troppe per poterle elencare tutte (clientelismo, accentramento di gruppi di potere, impoverimento del ceto intellettuale, svilimento delle università e dell’informazione, concorrenza di media ultra-pervasivi, censure dirette e indirette, etc.), ma che è evidente se paragoniamo gli esordienti di oggi agli esordienti del secolo scorso – in ogni ambito artistico.

L’oggettivo progresso tecnologico, invece di innalzare la qualità delle opere, ha contribuito al loro scadimento, per una singolare eterogenesi dei fini: le nuove possibilità di fruizione, la semplificazione e l’accelerazione di certi processi produttivi, la disponibilità di inesauribili fonti di materiali gratuiti – tutto questo è stato pervertito a scusante per eliminare lo studio, per squalificare i saperi attivi e l’esperienza sul campo, per ridimensionare la riflessione, la complessità, l’originalità dell’opera.

L’accento sull’immediatezza, sulla facilità di fruizione, sulla comunicatività dei prodotti ha finito per sommergere l’industria culturale con sotto-prodotti tutti uguali, stanche imitazioni di infiniti altri da cui si distanziano soltanto per minime differenze esteriori – dovute meno allo stile personale che a ragioni di marketing.

Recuperare studio e sudore; credere nella complessità; avere fiducia e sfidare l’intelligenza del pubblico; esercitare la critica anche a costo dell’impopolarità; rifiutare le logiche mercantili e comunicative e preferire la solitudine del chiostro. Grande ironia di questi tempi: siamo costretti, per essere “nuovi”, a suonare “vecchi”.

La gioventù è l’evidente immagine del tempo antico, la vecchiezza del moderno.

Giacomo Leopardi, 1821