Parole per un manifesto impossibile

Dalla storia trasvoliamo alla psicologia: cerchiamo di capire che tipo antropologico può aver figliato questo tempo.

Il doppio crollo dell’infanzia – e sono crolli rimembrati, mai vissuti, assorbiti nel sangue col latte e da lì fermentati nell’inconscio – sancisce lo sbarramento di ogni possibile mondo alternativo. A Berlino il bipolarismo che aveva diviso le squadre delle generazioni precedenti trascolora da una parte nel mito nostalgico e ingenuo; dall’altra nella realtà pragmatica e isolante del mercato.

Ogni alternativa politica è storica, ovvero raccontata; e del racconto assume le fattezze dorate e rassicuranti della favola, utili al sogno. Ma la veglia (il mondo reale) è compendiata nella tautologia capitalistica “esiste solo ciò che esiste” – e dato che l’infanzia è tentata dall’ontologia leibniziana: “questo deve essere il migliore dei mondi possibili”.

Il secondo crollo è interno, intra moenia, e condivide col primo il lievito della sfiducia. Una Repubblica si sfalda sotto le mazzette. La gestione mafiosa dell’esistente diventa esposta e sistemica. Ma non accade niente: la continuità, che dovrebbe decuplicare lo scandalo, è assorbita dalla spugna incolore di una società intrinsecamente omertosa. La realtà viene accettata per quello che è, perché tanto “non cambia mai niente” (altra tautologia, a ben vedere).

La sfiducia allontana dall’impegno politico, getta un’ombra di sospetto su ogni attivismo. Cosa si assorbe, in segreto, dall’ideologia della Seconda Repubblica? Cosa si agita nel brodo dell’intrattenimento continuo? Un’assiologia complessa, che mischia familismo mafioso (“pensa a te stesso e sii disposto a tutto”), sogno americano (“se lo vuoi, lo avrai”), analfabetismo politico (“sono tutti uguali”), lassismo cattolico (“verrà il giudizio di Dio, ma non ora, non qui”), culto dei buoni sentimenti e un vago solidarismo inter-classista.